Avanguardia TEAL – estratto primo capitolo

AVANGUARDIA TEAL

Il futuro delle organizzazioni aziendali. Dinamiche e metodi per lavorare in gruppo e conoscere sé stessi

Capitolo 1 (estratto)

Lo stato di flow e il concetto di intelligenza 

Tanto tempo fa, in un mondo dove l’uomo doveva ancora sviluppare la tecnologia, si viveva di agricoltura. Una categoria di persone, che tutti deridevano ed emarginavano, portavano sulla loro schiena sacchi pesanti e ingombranti ripieni di semi utilizzati per far crescere semplice erba, senza produrre né frutti, né tantomeno guadagno. Un giorno, un bambino andò a giocare nel prato cresciuto dalla semina di quest’erba. Si accorse subito di quanto facesse meno male camminare a piedi nudi sul prato anziché sul nudo terreno, si accorse di quanto quegli uomini, che pensavano in maniera differente, migliorassero la vita di tutti, rendendo più bello il mondo in cui vivevano.

1.1. Intelligenza emotiva e sociale 

«Se vogliamo vivere correttamente, abbiamo bisogno di una certa abilità per muoverci in tre diverse aree: il mondo esterno, il mondo interno e il mondo degli altri» (Daniel Goleman, 2011). 

Alcuni anni fa ho visto un film: Il mio nome è Khan. È la storia di Rizwan Khan, un mussulmano originario di Bombai affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo che rende complicate le relazioni con gli altri. Khan riesce nell’infanzia, grazie alla mamma, a superare gran parte delle sue difficoltà affettive e avere una vita sociale appagante. Si trasferisce poi negli USA, seguendo il fratello, e riesce a dimostrare con intelligenza e caparbietà l’infondatezza delle accuse di terrorismo nei suoi confronti e viene scagionato addirittura dal presidente Obama. Mi sono sempre domandato come le attenzioni della mamma avessero potuto dare a questa persona l’opportunità di svolgere una vita tutto sommato normale. 

L’autismo è un grave disturbo del neurosviluppo, che compromette le capacità di interazione e comunicazione sociale, induce comportamenti ripetitivi e limita in maniera drastica il campo degli interessi. Il 30% circa dei soggetti autistici ha una evidente disabilità intellettiva , ma in alcuni di loro il potenziale cognitivo, la memoria, le capacità di calcolo, le abilità musicali e matematiche possono essere incredibilmente sviluppati. Quindi la domanda da porsi è cosa sia esattamente l’intelligenza e quante sfaccettature abbia. 

Uno studio condotto su bambini al di sotto di 10 anni ha dimostrato che i soggetti con QI al di sopra della media, ma con prestazioni scolastiche insoddisfacenti, evidenziavano una compromissione del funzionamento della corteccia frontale. Nonostante la loro intelligenza, erano soggetti a fallimento scolastico, alcolismo e criminalità (Goleman, 2011). Questo era dovuto alle scarse capacità di controllo sulla vita emotiva, non presentavano deficit intellettivi al test del QI, ma non avevano acquisito alcune abilità riguardanti per esempio la capacità di superare la frustrazione, controllare le emozioni e andare d’accordo con gli altri. 

Gli studi di Howard Gardner hanno rappresentato un punto di svolta nello studio dell’intelligenza. Gardner, criticando le teorie vigenti e partendo da studi eseguiti su bambini dotati di diverse capacità intellettive, riesce a desumere l’esistenza di differenti aspetti legati all’intelligenza. La sua teoria delle intelligenze multiple sostiene l’esistenza di diverse forme di capacità e individua sette tipi di intelligenza che ciascuno può possedere: linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cenestesica, musicale, interpersonale e intrapersonale. Tali risultati sono stati confermati da ricerche eseguite su pazienti con ictus privi di alcune funzioni cognitive e hanno permesso di formulare un concetto molto più ricco di intelligenza (Gardner, 1991). 

Ricerche successive, eseguite dallo stesso Gardner e dai suoi colleghi, hanno evidenziato l’esistenza di altre possibili intelligenze aggiuntive, come quella emotiva e sociale trattate in questo paragrafo, o quella intuitiva che sarà analizzata più avanti lungo il percorso del libro. Tutti gli esseri umani posseggono le diverse intelligenze, ogni persona ha però la propria particolare miscela o commistione. L’intelligenza emotiva è stata definita per la prima volta nel 1988 da Reuven Bar-On, uno psicologo israeliano, e successivamente spiegata nel 1990 da Peter Salovey e John D. Mayer nell’articolo Emotional Intelligence. Attualmente è definita come «la capacità di un individuo di riconoscere, discriminare, identificare, etichettare nel modo appropriato e, conseguentemente, gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, allo scopo di raggiungere determinati obiettivi». Salovey estende le abilità emotive a cinque ambiti principali: 

  1. autoconsapevolezza delle proprie emozioni. Le persone sicure dei propri sentimenti riescono a gestire molto meglio la propria; 
  2. controllo delle emozioni. La capacità di ritardare la gratificazione e reprimere gli impulsi sono doti essenziali. Le persone capaci di un adeguato controllo emotivo riescono a riprendersi molto più velocemente dalle sconfitte e dai rovesci della vita. In relazione a questo si vedrà nel capitolo successivo il concetto di resilienza; 
  3. motivazione di sé stessi. La capacità di raggiungere facilmente concentrazione e attenzione, motivazione e controllo di sé permette di entrare nello stato di flusso (flow), che consen- 36 I pilastri dello stato di flow e l’evoluzione delle organizzazioni te di ottenere prestazioni eccezionali di qualsiasi tipo, come sarà spiegato più avanti in questo capitolo;
  4. gestione delle relazioni. Questo aspetto è possibile in chi è capace di dominare le emozioni altrui. Si tratta di abilità che aumentano la capacità di leadership e l’efficacia nelle relazioni interpersonali; 
  5. riconoscimento delle emozioni altrui. L’empatia è fondamentale nelle relazioni con gli altri. 

L’evoluzione degli aspetti empatici nella specie umana ha permesso lo sviluppo delle caratteristiche sociali dell’uomo. Queste capacità consentono di comprendere gli stati mentali e affettivi degli individui con cui si interagisce e con cui si creano relazioni, in alcuni casi consentono perfino di provarne le stesse emozioni. La base biologica di questo sembra risiedere nei neuroni specchio, scoperti da Giacomo Rizzolatti dell’Università di Parma negli anni Novanta. Nel cervello umano questi sono localizzati in aree motorie e premotorie, nell’area del linguaggio e nella corteccia parietale inferiore. Sono determinanti per l’apprendimento attraverso l’imitazione. I neuroni a specchio si attivano nel momento in cui si assiste a un’azione compiuta da altri o un’emozione vissuta da altri e consentono al cervello di vivere una sorta di “simulazione dell’esperienza altrui”. 

Questo sistema è essenziale per comprendere davvero la persona che si ha di fronte e interagire con essa, è la base neurofisiologica del comportamento sociale degli uomini. Questa capacità di interpretare e comprendere la mente permette di prevedere azioni e reazioni dell’altro ed è la base dell’intelligenza emotiva. Il sistema confronta le azioni e le emozioni degli altri con le proprie analoghe compiute in passato, depositate nel circuito della memoria (che si vedrà più avanti). Il funzionamento dei neuroni a specchio può offrire una spiegazione biologica per alcune forme di autismo, dato che gli esperimenti condotti sembrano indicare un ridotto funzionamento di questo tipo di neuroni nei bambini autistici. Questi ultimi probabilmente non capiscono il significato dei gesti e delle azioni altrui, non comprendono le comuni emozioni espresse dal volto e dagli atteggiamenti di coloro che li circondano. 

Il concetto di intelligenza emotiva è stato successivamente rielaborato dallo psicologo Daniel Goleman nel libro Emotional Intelligence (1995). È caratterizzata da specifici elementi in parte riconducibili alla classificazione precedente di Salovey: 

1. consapevolezza di sé: la capacità di riconoscere le proprie emozioni e i propri punti di forza, così come i propri limiti e le proprie debolezze; 

2. autoregolazione: la capacità di gestire i propri punti di forza, emozioni e debolezze, adattandoli alle diverse situazioni che possono presentarsi, allo scopo di raggiungere fini e obiettivi; 

3. motivazione: la capacità di riconoscere i pensieri negativi e di trasformarli in pensieri positivi che siano in grado di motivare sé stessi e gli altri; 

4. empatia: la capacità di comprendere appieno e, addirittura, percepire e sentire lo stato d’animo delle altre persone; 

5. abilità sociale: la capacità di gestire le relazioni con le persone allo scopo di “indirizzarle” verso il raggiungimento di un determinato obiettivo. 

Grazie a quest’ultimo aspetto il concetto di intelligenza emotiva si sviluppa ulteriormente nell’intelligenza emotiva e sociale. La prima definizione di intelligenza sociale risale al 1920 quando Edward Thorndike, psicologo della Columbia University, sottolineava che «il miglior meccanico di una fabbrica può essere un fallimento come caporeparto per mancanza di intelligenza sociale». È stato però Bar-On a sviluppare il modello concettuale e psicometrico di “competenza emotiva e sociale” ed è stato il primo a introdurre il concetto di “EQ” (Quoziente Emotivo) per misurare la competenza emotiva e sociale. Daniel Goleman, dal canto suo, nel 2006 ha reso noto il suo lavoro sull’intelligenza sociale, definendola come la competenza che consente di costruire relazioni soddisfacenti e risolvere problematiche di comunicazione e sociali. In estrema sintesi l’intelligenza emotiva è saper vivere con sé stessi e con il proprio ambiente interiore, l’intelligenza sociale è saper vivere con gli altri e con l’ambiente sociale. Intelligenza emotiva e sociale spesso si sovrappongono, confondendosi l’una con l’altra. Ne scaturisce un’unica intelligenza sociale ed emotiva che si manifesta nella capacità di riconoscere e vivere serenamente le emozioni proprie e altrui. 

Riuscire a controllare le emozioni di qualcun altro richiede la maturità di altre due capacità emozionali, l’autoregolazione e l’empatia, illustrate precedentemente. Queste sono le competenze sociali che contribuiscono all’efficacia dell’individuo nel trattare con gli altri. Non avere competenze sufficientemente sviluppate nella sfera delle interazioni sociali porta spesso a disastri interpersonali, perseverati e ripetuti nel tempo. Avere queste abilità sociali, invece, consente di ispirare, persuadere e influenzare gli altri, mettendoli nel contempo a proprio agio. Le persone che hanno una spiccata intelligenza emotiva e sociale sono capaci di aiutare le altre nel placare un’eccessiva o negativa emotività. Sono queste le persone alle quali gli altri si rivolgono nei momenti di maggior bisogno. 

John Cacioppo, co-fondatore del campo delle neuroscienze sociali e specializzato in psicofisiologia sociale all’Ohio State University, ha studiato questi impercettibili scambi emotivi e ha osservato che: «può bastare la vista di qualcuno che esprime un’emozione per evocare in noi quello stesso stato d’animo, indipendentemente dal fatto che ci si renda conto o meno di imitare l’espressione facciale dell’altro» (Goleman, 2014). Questo accade in continuazione, è come partecipare a una sorta di danza sincronizzata che trasporta le emozioni e gli stati d’animo. Il grado di comunicazione emozionale che l’individuo percepisce in un’interazione si rispecchia nella misura in cui i movimenti dei soggetti interagenti sono rigorosamente orchestrati mentre essi parlano. Questo fenomeno viene denominato “indice di vicinanza inconsapevole”. Una persona annuisce quando l’altra spiega qualcosa, o entrambi spostano la sedia nello stesso istante, si appoggiano contemporaneamente allo stesso bracciolo della sedia, oppure uno si sporge in avanti mentre l’altro si allontana. Questa reciprocità stabilisce un legame fra i movimenti di individui che sentono un contatto emozionale. Questa sincronia sembra facilitare l’invio e la ricezione degli stati d’animo, anche quando questi ultimi sono negativi. Secondo Cacioppo, un fattore determinante affinché le relazioni interpersonali siano efficaci è l’abilità con la quale l’individuo attua questa sincronia emotiva. Stabilire il registro emozionale di un’interazione significa poter orientare lo stato emozionale dell’altro. L’individuo dotato di maggiore espressività è solitamente quello le cui emozioni trascinano l’altro, è la persona che esprime un potere sull’altra. Il partner dominante parla di più, mentre quello subordinato passa più tempo a guardare il volto dell’altro. Per lo stesso motivo la forza di un bravo oratore sta nel determinare e trascinare le emozioni del pubblico. Esercitare influenza sugli altri significa proprio trascinare le loro emozioni (Goleman, 2014). 

Questi studi hanno origine dai concetti di intelligenza multipla di Gardner e dalla sua individuazione di un’intelligenza intrapersonale. L’intelligenza intrapersonale è il passaggio obbligato per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e sociale: non c’è intelligenza emotiva senza intelligenza sociale e non c’è quest’ultima senza intelligenza interpersonale (Gardner, 1991). Infatti l’intelligenza emotiva e sociale comprendono abilità che Hatch e Gardner avevano identificato come componenti dell’intelligenza interpersonale: la predisposizione alla leadership, la capacità di coordinare gli sforzi di una rete di individui, la capacità di alimentare relazioni e legami personali, la capacità di conservare le amicizie, l’abilità di risolvere conflitti e di negoziare soluzioni, la capacità d’analisi della situazione sociale. Gardner si era reso conto di quanto queste capacità emozionali e di relazione fossero fondamentali per affrontare la vita. Nella realtà quotidiana nessuna intelligenza è più importante di quella intrapersonale, perché è indispensabile per prendere le decisioni più adeguate e più corrette in differenti contesti. 

Prese nel loro insieme, tutte le abilità finora affrontate costituiscono gli ingredienti necessari per il fascino, il carisma e il successo sociale. Coloro che sono dotati dell’intelligenza emotiva e sociale possono entrare in rapporto con gli altri con grandissima disinvoltura, sono abilissimi nel leggere le loro reazioni e i loro sentimenti, sanno fare da guide e da organizzatori, riescono a gestire e risolvere le dispute che sempre insorgono in qualunque attività umana. Essi sono per loro natura dei leader, cioè persone che sanno affrontare i sentimenti della collettività e sanno articolarli in modo da guidare il gruppo al raggiungimento degli obiettivi. 

Il concetto di leadership emotiva viene introdotto da Daniel Goleman, Richard Boyatzis e Annie McKee nel libro Essere Leader. Guidare gli altri grazie all’intelligenza emotiva (2014). La concezione della leadership basata sul potere e sull’autorità viene definitivamente scalzata. Non sono più sufficienti l’attitudine al comando e le competenze tecniche per ottenere risultati, far quadrare i bilanci aziendali, salvare imprese e organizzazioni dalla bancarotta. Occorre essere in grado di mobilitare le energie migliori, sapere giocare sulle motivazioni profonde di ognuno degli individui che sono parte del gruppo di lavoro. Tali competenze, tuttavia, non sono solamente innate, ma possono essere apprese, sviluppate e migliorate, al fine di raggiungere importanti prestazioni lavorative e di leadership. «L’intelligenza accademica non offre alcuna preparazione per superare i travagli e cogliere le opportunità che la vita porta con sé. Un QI alto non è una garanzia di prosperità, prestigio o felicità, eppure le nostre scuole e la nostra cultura si fissano sulle capacità accademiche, ignorando l’intelligenza emotiva» (Goleman, 2012). Con queste parole Goleman rende l’intelligenza emotiva uno strumento fondamentale nell’ambito del successo lavorativo. 

Goleman definisce determinante la selezione dei leader aziendali secondo il valore dell’intelligenza emotiva. Molte aziende la applicano, specialmente per selezionare il top management. «Ho avuto accesso ai dati di oltre 200 di questi processi di selezione, e ho riscontrato che, per incarichi di tutti i tipi, gli skill EQ sono due volte più importanti di quelli tecnici o dell’IQ» (Goleman, 2012). «Gli skill tecnici li si può imparare a scuola, li possono avere tutti. Ma più sali in alto nella gerarchia organizzativa, più sarà importante l’intelligenza emotiva» (Goleman, 2012). 

Patognomonico di questo aspetto è la lungimirante scelta di una clinica universitaria di Boston. Due medici, che verranno chiamati ipoteticamente dottor Uno e dottor Due, erano in concorrenza per ottenere il posto di CEO dell’ente che gestiva quell’ospedale, insieme ad altre strutture. Entrambi erano stati primari di reparto, erano ottimi medici e avevano pubblicato molte ricerche ampiamente citate in prestigiose riviste mediche. Ma avevano personalità profondamente diverse. Uno era molto serio, concentrato sull’obiettivo e impersonale. Era un inflessibile perfezionista, parlava con un tono aggressivo e teneva il suo staff perennemente sotto pressione. Due era non meno esigente ma molto più accessibile, persino giocoso nei suoi rapporti con collaboratori, colleghi e pazienti. Gli osservatori notavano che con Due le persone sorridevano e scherzavano di più, ma anche che esprimevano maggiormente le proprie opinioni rispetto a quanto avveniva nel reparto di Uno, da cui i professionisti di talento spesso finivano per andarsene; al contrario erano inesorabilmente attratti verso il più caldo ambiente di lavoro di Due. Riconoscendo che il suo stile di leadership era socialmente intelligente, il consiglio di amministrazione dell’ente proprietario dell’ospedale ha scelto Due come nuovo CEO. 

Goleman specifica ulteriormente che «Tra i C-Level, l’85% delle competenze che distinguono i top performer sono di EQ. Sono dati che non ho rilevato io, ma le stesse aziende. Un C-Level non usa più gli skill tecnici. Quello che fa per gran parte del tempo è gestire le persone, oltre che sé stesso» (Goleman, 2012). L’arte della leadership è centrare gli obiettivi attraverso la qualità del lavoro degli altri, precisa lo psicologo americano. 

L’arte della leadership consiste nel portare e mantenere le persone nella fascia più alta dei livelli di performance, e questo succede quando le persone sono nel miglior stato di benessere personale. È uno stato ottimale, il flow, in cui la persona stessa rimane stupita dei risultati che ottiene, e definito attraverso ricerche sui professionisti più diversi, dalle ballerine ai giocatori di scacchi, dai top manager ai militari (Goleman, 2012). 

Il flow ha alcune caratteristiche che si riscontrano regolarmente: stato di attenzione irremovibile sull’obiettivo; focalizzazione al cento per cento; totale flessibilità e capacità di adattamento, qualunque cosa succeda si è in grado di gestirla; massimo livello di stress a cui sono sottoposte le competenze personali. 

1.2. Caratteristiche dello stato di flow 

Nei primi anni del XIX secolo, ogni giorno – quale che fosse il tempo, con il sole o con la neve – si vedeva un uomo passeggiare attorno ai bastioni della città di Vienna. Quest’uomo era Beethoven, il quale, nel corso dei suoi vagabondaggi, elaborava nella propria testa le magnifiche sinfonie che poi avrebbe messo sulla carta. Per lui il mondo smetteva di esistere; invano le persone si levavano il cappello al suo passaggio. Lui non vedeva nulla; la sua mente era altrove (Walter Benjamin, 1986). 

Una delle problematiche più frequenti che ricordo nella mia casa da piccolo era la mancanza di attenzione che io e mio fratello rivolgevamo ai nostri genitori quando eravamo “presi” dai nostri giochi. In quel momento la cognizione del tempo era assente ed eravamo concentrati totalmente nella nostra attività. Solo decenni più tardi ho capito che in quelle occasioni stavamo sperimentato il cosiddetto stato di flow (o stato di flusso). Durante lo stato di flow il mondo esterno smette di esistere, non si percepiscono parole o rumori. Non ci sono più né distrazioni, né pensieri negativi. Cessa la paura e l’ansia, non interessano più giudizi e critiche. Si è trasportati da una forza positiva. È possibile raggiungerlo solo facendo qualcosa che interessa davvero e viene affrontata come sfida.

La psicologia si è tradizionalmente fatta interprete della necessità di integrare l’interesse per la malattia mentale e il disagio psichico con un’indagine sui processi di crescita ed espressione del potenziale di individui, gruppi e organizzazioni. Si è andata quindi sviluppando una psicologia improntata a un’analisi epistemologica, teorica e pratica del positivo (Muzio, Riva, Argenton, 2012). Al fine di supportare una progressiva acquisizione di benessere e felicità occorre chiedersi quali siano le basi del funzionamento ottimale delle persone al fine di un potenziamento (empowerment) individuale e sociale. Il primo a menzionare esplicitamente le potenzialità teorico-applicative di una psicologia positiva è stato Abraham Maslow nel 1954 (Lopez, Gallagher, 2011). Quasi mezzo secolo dopo, facendosi interpreti di tale esigenza e forti della tradizione di ricerca che intanto si stava affermando rispetto allo sviluppo e alla promozione del benessere, Martin Seligman e Mihaly Csikszentmihalyi hanno concretamente affermato la possibilità di una psicologia focalizzata sulla positività dell’esperienza soggettiva, dei tratti individuali e delle virtù sociali (Seligman, Csikszentmihalyi, 2000). I presupposti che favoriscono un’efficace ricerca di benessere e felicità prendono origine dall’intreccio di tre specifiche traiettorie esistenziali: 

  • una vita piacevole (pleasant life), caratterizzata dalla ricerca di una marcata positività di affetti ed emozioni nel passato, nel presente e nel futuro. Soddisfazione, appagamento, orgoglio divengono così le parole chiave per la comprensione del passato; speranza, fiducia, ottimismo del futuro; flow e felicità del presente; 
  • una vita appagante (engaged life), raggiungibile mediante l’espressione dei propri punti di forza e del proprio talento, perseguendo attività piacevoli e legate a elevati livelli di assorbimento e coinvolgimento. La dedizione nei confronti di queste attività e delle sfide che, di volta in volta, esse sottendono, garantisce, peraltro, un miglior adattamento dell’individuo all’ambiente, promuovendo lo sviluppo di punti di forza assolutamente personali (signature strenghts); 
  • una vita ricca di significato (meaningful life), basata sulla possibilità di mettere le proprie potenzialità al servizio di un proposito che ponga in contatto con una realtà più ampia del sé, fruita nella relazione sociale e interpersonale con l’alterità. 

Un tale approccio suggerisce, quindi, che sia possibile lavorare sulla qualità dell’esperienza personale per accrescere benessere e generare resilienza in individui, società e organizzazioni (Botella et al., 2012; Riva, Banos, Botella, Wiederhold, Gaggioli, 2012). 

Uno dei risultati più interessanti della psicologia positiva è l’attenzione per l’esperienza ottimale – chiamata anche flow (Seligman, 2003)  – considerata come uno dei principali elementi per una vita appagante (engaged life) e pregna di significato (meaningful life). Nel flow l’azione del soggetto procede liberamente e in modo armonico con il contesto circostante, favorendo un livello di totale assorbimento nell’attività praticata (Csikszentmihalyi, 1975, 1985, 1990, 2000). 

Operando in stretto contatto con molti artisti, Csikszentmihalyi aveva notato che la passione, la dedizione e la gioia per il proprio lavoro, a prescindere dal successo, rimanessero pressoché invariate nel tempo, rivelandosi elementi costitutivi del benessere percepito. In particolare, si manifestava qualcosa di irrinunciabile e di intrinsecamente affascinante nel processo creativo stesso che li spingeva a continuare: la possibilità di perdersi in una bolla senza tempo e di entrare in pieno contatto con le proprie composizioni, accedendo a uno stato di piena fluidità della coscienza, in cui mente e corpo lavorano all’unisono e in perfetta armonia (Muzio, Riva, Argenton, 2012). 

Parlare di flow significa dunque riferirsi a una sensazione olistica, caratterizzata da un’improvvisa espansione dei confini del sé –  della coscienza – da una destrutturazione dell’esperienza temporale e da un significativo incremento della percezione di controllo nei confronti dell’attività stessa (Csikszentmihalyi, 1975/2000). 

Negli anni Settanta, partendo da un lavoro di ricerca e sviluppo sulla creatività, Csikszentmihàlyi aveva avviato uno studio sul flusso di coscienza, ossia un fenomeno riscontrabile in psicologia quando sussistono specifiche condizioni di operatività (i concetti di Io, Ego, Sè e coscienza saranno approfonditi nel capitolo 5). Nello specifico, essendo uno psicologo comportamentista, Csikszentmihàlyi aveva studiato i fondamenti del meccanismo che aveva osservato nel comportamento adottato dagli artisti. Il loro 1. Lo stato di flow e il concetto di intelligenza 45 modus operandi era caratterizzato da massima concentrazione, attenzione elevata, assenza di stanchezza e alterazione totale del senso del tempo che scorreva. Csikszentmihàlyi identificava come stimolo principale e interiore per il verificarsi di tale processo la motivazione intrinseca, tale da generare di per sé gratificazione e sostenere l’individuo nel perseguimento dell’obiettivo. 

Ricordate i gol di Maradona nei quarti di finale della Coppa del Mondo FIFA 1986 tra l’Argentina e l’Inghilterra? Era il 22 giugno 1986 allo stadio Azteca di Città del Messico. Maradona aveva appena segnato il primo gol con la mano (la mano de Dios), l’arbitro non se ne era accorto, aveva convalidato e il pubblico dello stadio e di tutto il mondo rumoreggiava. Maradona voleva chiudere ogni dubbio sul valore di quella partita che aveva connotati certo sportivi ma anche politici. Cinque minuti dopo iniziò quindi una corsa di 60 metri in 10 secondi, diritto verso la porta inglese, lasciandosi alle spalle cinque giocatori avversari e alla fine anche il portiere Shilton, prima di depositare in rete il pallone del 2-0. È stato definito il gol del secolo, premiato come il «più grande gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA». Maradona successivamente ha raccontato come in quell’azione si fosse ritrovato in uno stato di trance. Si tratta appunto della trance agonistica di cui si parlerà tra poco. 

Quest’approccio comportamentale e motivazionale, correlato a un preciso stato psicofisico è stato approfondito e sintetizzato da Csikszentmihàlyi nell’elaborazione della teoria del flow, inteso come lo stato di flusso, un’esperienza autotelica e di per sé totalmente gratificante nella quale l’individuo si immerge quando fa qualcosa che lo coinvolge completamente, lo appaga e gli procura godimento. Si tratta di una esperienza psicologica soggettiva che permette di concentrare la propria attenzione in un’azione o in un obiettivo. Uno stato di totale coinvolgimento e completa immersione nel compito in cui si bilanciano impegno, difficoltà, competenze e abilità dell’individuo. Quando tali fattori sono bilanciati e in armonia, emerge lo stato di flow; diversamente, in caso di disequilibrio a favore delle abilità subentra la noia; al contrario, in caso di sbilanciamento a favore del carico viene prodotto stress negativo. Per analizzare più 46 I pilastri dello stato di flow e l’evoluzione delle organizzazioni approfonditamente questi aspetti, si può prendere in esame l’analisi del Flow State Scale che identifica 9 competenze, che corrispondono bene alle 9 dimensioni fondamentali del flow individuate da Mihaly Csikszentmihalyi (1990): 

1. equilibrio/bilanciamento fra challenges (sfide) e skills (abilità): nello stato di flow è presente equilibrio fra questi due aspetti e grazie a questo lo sforzo dell’azione non viene percepito come faticoso. Si è in presenza del concetto di leggerezza che verrà approfondito nei capitoli successivi. Se le sfide sono percepite superiori alle proprie abilità compare uno stato di ansia, viceversa nel caso in cui il compito sia vissuto come troppo semplice e scontato allora genera noia. Gli individui devono così ricalibrare costantemente il bilanciamento fra challenges e skills, cercando di identificare l’equilibrio maggiormente predisponente allo stato di flow; 

Figura 1. Rappresentazione del Flow State Scale.

2. integrazione tra azione e coscienza o consapevolezza: ogni giorno l’individuo svolge innumerevoli attività automatiche, ma solo nei momenti in cui viene richiesto un livello di concentrazione elevato la consapevolezza si lega all’azione (es. se durante la guida all’improvviso scoppia un temporale la concentrazione aumenta repentinamente). Nella fluidità tipica dell’esperienza ottimale, mente e corpo funzionano all’unisono. Si tratta di un fenomeno molto comune in persone particolarmente creative, quali artisti, scrittori e musicisti, sportivi, che nel raccontare la loro esperienza ottimale fanno spesso riferimento alla percezione di fondere sé stessi con la performance; 

3. mete chiare: obiettivi chiari e specifici sono alla base dell’esperienza di flow, garantiscono un’immersione totale nel compito. La consapevolezza delle proprie azioni consente di raggiungere la piena soddisfazione. In caso contrario il rischio è di perdersi nei meandri dell’esperienza e nei pensieri delle possibili differenze operative. La presenza di obiettivi specifici, realistici e misurabili è fortemente correlata all’equilibrio fra challenges e skills. Peraltro, dal momento che l’esperienza di flusso origina dall’interazione costante del soggetto con l’ambiente, essa presuppone la centralità di una motivazione emergente in un sistema aperto (Csikszentmihalyi, 1985; Nakamura, Csikszentmihalyi, 2011); 

4. feedback immediato: l’effetto dell’azione deve essere percepibile dal soggetto immediatamente e in modo chiaro. Il perseguimento di precisi obiettivi deve essere sostenuto da feedback immediati e chiaramente decifrabili. Ogni volta che l’individuo compie un’azione deve essere in grado di sapere se si è mosso correttamente o meno, e quindi di intuire quali modifiche apportare alla sua condotta. Come si vedrà più avanti questo aspetto è determinante anche nel concetto di gamification. Se il riscontro ambientale non può essere identificato nell’immediato, è possibile interiorizzare parametri e criteri di giudizio, capaci di anticipare il responso e di integrarsi successivamente con esso, guidando le scelte d’azione del soggetto stesso (Muzio, Riva, Argenton, 2012); 

5. concentrazione sul compito: nel flow si verifica uno stato di assorbimento totale, in cui la concentrazione è così totale e immersiva da annullare qualunque altro pensiero. L’ingresso nello stato di flow è favorito da una perfetta armonizzazione dell’attenzione con la coscienza. L’ampia maggioranza delle risorse cognitive di cui l’individuo dispone è selettivamente orientata all’attività praticata, così che tutto ciò che è estraneo a essa perda d’importanza. Pur essendo estremamente elevata e intensa, la concentrazione risulta assolutamente spontanea; 

6. assenza di preoccupazioni: in questo stato il minimo dettaglio è gestito con la più totale naturalezza e con la percezione di poter affrontare al meglio le richieste dell’ambiente. In questo caso, il soggetto si percepisce come l’assoluto protagonista delle proprie azioni, assaporando la possibilità di superare sfide complesse senza il timore di perdere il controllo. Non ci sono pensieri resi deboli da paure, giudici e critiche; 

7. perdita del senso di sé e di auto-consapevolezza: il soggetto diventa l’azione stessa, l’attenzione e la coscienza sono focalizzate solo sull’attività. Il giudizio di sé stessi e delle proprie azioni, spesso un grande ostacolo e limite nelle performance, è disattivato. La fluidità della coscienza può essere talmente intensa da determinare una scomparsa del controllo consapevole, lasciando libero sfogo alla spontaneità; 

8. destrutturazione del tempo: il tempo viene percepito in funzione dell’azione. È così che per alcuni il tempo si ferma, per altri scorre più velocemente, per altri ancora sembra invece rallentare. Nelle esperienze di flow la percezione del tempo è diversa ma non distorta come nelle ansie, depressioni e psicosi; 

9. esperienza autotelica: il termine autotelico nella lingua greca indica un obiettivo o uno scopo. Significa che l’attività è fine a sé stessa, non è compiuta con l’intenzione di ottenere benefici o secondi fini, un’esperienza può dunque definirsi autotelica quando è favorita da un’autentica motivazione interna e dalla possibilità di rintracciare nell’attività uno straordinario senso di divertimento, piacevolezza e appagamento. Anche questo aspetto verrà affrontato nel capitolo della gamification. Il concetto di autotelismo è stato approfondito da Csikszentmihalyi (1975/2000). Sebbene il flow sia un’esperienza universale, ci sono individui che rispetto ad altri presentano una maggiore frequenza e portata dell’esperienza di flusso. Sono vere e proprie personalità autoteliche, capaci di esperire lo stato di flow mediante la presenza di metacompetenze, quali curiosità, determinazione, motivazione intrinseca (Muzio, Riva, Argenton, 2012). 

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